venerdì 2 settembre 2016

Antinomia




Lascia che ti racconti una storia.

Tanto tempo fa, in un'epoca che sfocia nel mito, viveva un giovane studioso di nome Anacassiparatelminide.
Tra tutti gli uomini di Tessaglia, egli poteva definirsi, senza tema alcuna, l'uomo più fortunato e assai il più felice: aveva infatti una donna che lo amasse con devozione; una casa prospera, in cui mai mancava il cibo sulla tavola, e la promessa di una folgorante carriera come discepolo tra i più illustri pensatori ed eruditi nel campo della logica e della geometria.

Un giorno, in gita romantica nella città portuale del Pireo, per assistere al più grande serraglio di animali marini dell'intero Peloponneso, Anacassiparatelminide e la propria sposa s'imbatterono in un mercante di monili che, con un marcato accento della Tracia, insisteva affinché egli indossasse, al modico prezzo di un obolo, un sottile braccialetto di canapa intrecciata, impregnato della più scadente tinta porpora fenicia.
«Prenda nobile signore» continuava a imbonire il mercante «questo prezioso porta fortuna; attira la buona sorte e il favore degli dèi».
Il filosofo, infastidito da tanta piaggeria, scoppiò a ridere: «Per chi mi hai preso, trace?» domandò con voce sprezzante «Ti sembro forse un ingenuo pastore d'Arcadia? Gli Olimpi non esistono: io, con la ragione, sono l'unico artefice del mia stessa fortuna».
Il venditore, deciso a tutti i costi a portare a termine l'affare, non si scoraggiò, e aggiunse: «Te lo giuro, o grande saggio; possa Zeus Horkios fulminarmi in questo istante se non sto dicendo il vero: esprimi un desiderio, e quando il braccialetto si scioglierà, esso si esaudirà all'istante, senza alcuna possibilità di errore».
«Va bene» Acconsentì infine lo studioso, con un sorriso sardonico sulle labbra «Ecco; prendi una moneta e legamelo al polso».
Il mercante, lieto della nuova transazione andata in porto, si apprestò a cingere la destra dell'uomo con il sottile filo rosso e, mentre lo faceva, domandò con tono ciarliero: «Bene, bene, buon signore; sapete già cosa chiedere agli dèi?»
«Certo». Rispose Anacassiparatelminide.
«L'amore della vostra vita?»
«Quello ce l'ho già» disse, rivolgendo uno sguardo carico d'affetto alla fanciulla al suo fianco.
«Oh, bene. Forse la salute? Una carriera piena di successi e di fama?» Incalzò il venditore.
«No; nulla di tutto questo».
«E cosa, dunque?»
«Chiedo ai potenti numi, quando verrà il momento di esaudire il mio volere, che questo laccio al mio polso non si sciolga mai».
«E che razza di desiderio sarebbe mai questo?» domandò il trace, al colmo dello stupore.
«È il desiderio di un uomo che, armato del proprio intelletto, si fa beffe del divino. Il tuo caro Zeus non ti ha incenerito con una folgore celeste; devo quindi dedurne che il tuo giuramento sia veritiero: questo significa che, una volta spezzatosi il nodo che hai appena stretto, sarà obbligato a esaudire il mio desiderio che, però, in quel momento si sarà appena infranto; smentendo in questo modo la tua promessa e, di conseguenza, la credibilità dell'intero pantheon. Allo stesso modo, se questa sottile striscia di tessuto intrecciato non dovesse mai sciogliersi, come decretato dalla mia richiesta, il mio desiderio sarebbe esaudito prima della condizione per cui esso dovrebbe realizzarsi, invalidando comunque il tuo giuramento a dimostrazione dell'inettitudine di coloro che tu chiami dèi».
Soddisfatto della propria arguzia, Anacassiparatelminide si allontanò con l'amata sotto braccio, lasciando dietro di sé un mercante perplesso e leggermente sconcertato.

Passarono gli anni, e il destino del giovane filosofo non fu dei più felici: la moglie lo abbandonò, tradendolo con un grasso e sporco pescivendolo sempre avvolto da un nauseabondo lezzo di alghe putride; tutti gli eruditi più importanti della Grecia si rifiutarono di condividere con lui la conoscenza, scacciandolo dalle loro lezioni; e la sua casa, insieme a tutti i terreni circostanti fu devastata da una violenta onda anomala durante una notte d'estate.

L'antinomia è un particolare tipo di paradosso in cui convivono due affermazioni contraddittorie, ma che possono essere entrambe dimostrate o giustificate.
Deriva dal greco αντι, preposizione che indica contrapposizione, e νομος, legge.

E fu con una di esse che Anacassiparatelminide imparò a proprie spese che non ci si deve mai esporre al capriccio degli dèi.
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domenica 24 luglio 2016

Tempi comici




La mia agente me lo diceva sempre alla vigilia di un'esibizione: «Bernie, il tuo problema sono i tempi comici. Troppo, troppo lunghi. Una buona battuta dovrebbe essere come un'eiaculazione precoce: durare pochi secondi, per poi ridere di te subito a ruota».

Davvero esilarante, Doris; potresti quasi aprirmi gli spettacoli.

***

Ogni buffone che si rispetti ha una minima resistenza all'apnea: quando per mestiere si ricevono torte in faccia, è normale che ogni tanto della panna intasi il naso.
«Mmmm...mmgh!»
Quando però c'è una mano a tenere la testa immersa in un catino d'acqua saponata, quella è tutta un'altra storia.
«Il boss si è espresso, Roschovic. Non fai ridere».
A parlare è Arthur Chester Lennox, in arte Roddy Redneck, rodeo clown e braccio destro del Mimo.

Jesterville, Georgia.
Se c'è una cosa che lì prendono davvero sul serio, è l'umorismo: chiunque faccia soldi strappando una risata, pagliacci a noleggio, vignettisti satirici, persino chi vende barzellette per una dose di eroina, lo fa condividendo i profitti con la mafia circense; e chi sgarra finisce a raccontare freddure ai pesci. 
Freddato.
Ahah.
Mai prendere alla leggera una decisione della mala; quando il Mimo licenzia, è per sempre: faccia spinta a forza in una bacinella di detergente, e il trucco viene cancellato; bandito dagli ambienti dello showbiz.
Ogni ulteriore tentativo di far ridere denota solo masochismo e una forte propensione al suicidio.

***

Bernardt Roschovic, ex-pagliaccio, è ora impiegato nell'agenzia funebre Trapasso sereno, che lui ha ribattezzato Che spasso il trapasso; uno scherzo che, per motivi di sopravvivenza, non può condividere con nessuno.
Ha appena staccato dal lavoro e sta accompagnando il piccolo Timmy, suo figlio, a una visita pediatrica.
«Ehi campione, il calendario mi ricorda che manca poco al grande giorno. Dieci anni, accidenti! Stai per diventare un uomo; hai già deciso che regalo vorresti per il tuo compleanno?»
«Te l'ho detto, pa'! Mi piacerebbe tanto rivedere un tuo spettacolo; le tue gag mi fanno sempre scompisciare».
Questo è uno dei momenti peggiori per Bernie: non poter esaudire il desiderio del figlio, l'unico che lo abbia mai trovato divertente, a causa dei trascorsi con il Mimo e la sua ghenga.
«Certo... certo... Sentiamo cosa dice tua madre».

***

Durante gli spettacoli, Bernie Naso Rossovich era solito recitare una battuta:
Il paziente torna indietro nello studio del medico: «Cos'ha detto che ho, dottore? Capricorno?»
«No. Cancro».
Nessuno ha mai riso.
Ora Bernie sa perché.
«C'è nulla che possiamo fare?» chiede il padre al dottor Sanders, specialista in medicina e oncologia infantile, lanciando occhiate al figlio che s’annoia in sala d’attesa.
«Mi dispiace, Mr. Roschovic. I malati a questo stadio nel 99,8% dei casi non arrivano alla fine dell'anno».

***

Toc toc.
«Bernie, amore, ti prego rispondi. È da quando siete tornati dall’ospedale che sei chiuso dentro quel vecchio camerino. Hai persino saltato la cena. C’è qualcosa che non va? Cos’ha detto il dottore?»
Si apre uno spiraglio e la testa del marito fa capolino nel corridoio: «Scusa, tesoro. Non ti preoccupare, va tutto bene: sto solo rispolverando il mio vecchio costume per la festa di compleanno di Timothy. Vai pure a letto; arrivo subito».
Richiusa la porta, Bernie crolla a terra in lacrime, trascinandosi fino alla poltrona dove ad attenderlo c’è una bottiglia mezza svuotata di Wild Turkey.
Passa la notte così, insonne, a contemplare i cimeli della sua vecchia vita e a cercare nell’alcol il coraggio per tirare fuori le palle e fare ciò che è necessario.

***

«... ed è per questo che sono qui a chiedervi, a supplicarvi, di fare uno strappo alla regola e concedermi un’ultima esibizione: vi prego, datemi la possibilità di vedere mio figlio sorridere ancora, prima che la morte me lo porti via».

Popipopipopi

Di origine algerina, il Mimo è cresciuto come piccolo furfante nelle banlieue parigine. Ha perso l’uso della voce in riformatorio, dove agli infami vengono tagliate le corde vocali affinché non possano vuotare mai più il sacco. Una tale mutilazione lo ha obbligato a farsi strada nel mondo penitenziario con la sola forza della propria gestualità: muta, violenta ed estremamente instabile. Dopo aver conseguito un diploma in arti circensi si è trasferito oltreoceano, per deflorare giovani metropoli vergini con attività delittuose e ingravidarle col suo seme corrotto, così da far crescere sano e portare a completa fioritura il proprio impero di risate, ricatti e corruzione.
In cima alla piramide della mala non è necessario saper parlare; al Mimo basta la trombetta bitonale che porta sempre con sé. È l’unico mezzo con cui si esprime; nei bassifondi di Jesterville si racconta ancora di come abbia pestato a sangue una spogliarellista per aver ridacchiato del ritmo sincopato delle sue strombazzate durante una monta da dietro.

Popipopipopi

«Hai sentito il boss». Fa da portavoce Roddy Redneck, che è a tutti gli effetti il suo braccio armato e secondo in comando: «E conosci la prassi: se vuoi un favore, siamo disposti a venirti incontro. Ma c’è una condizione,» e il volto infarinato di Lennox si deforma in un ghigno crudele. «Devi riuscire a farci ridere. Ora. E hai un solo tentativo».

***

La chiesa è vuota.
A parte l’altare, dove un padre devastato è inginocchiato di fronte alla piccola bara bianca, dove riposa il suo piccolo Timmy, il volto sereno che sembra quasi dormire.
Passi lungo la navata centrale.
«Volevo solo che sorridesse un’ultima volta». La voce di Bernardt Roschovic è un sussurro quasi inudibile, come se quella frase fosse più una rassicurazione per sé stesso che una giustificazione.
Clap clap clap
Le mani guantate di Arthur Chester Lennox applaudono, il rimbombo percorre i banchi di legno, riempiendo l’aria immobile.
«Volevo solo che sorridesse per l’ultima volta!». Il padre si alza in piedi, furibondo, urlando tutta la propria rabbia ai santi dell’altissima volta affrescata.
«E lo hai fatto», gli risponde Roddy Redneck, estraendo qualcosa dalla tasca interna della giacca firmata. «Nonostante il nostro divieto. Ero presente, ricordi? Hai avuto la tua occasione e hai fallito miseramente: la barzelletta che hai raccontato era patetica. Un insulto alla professione. Avremmo dovuto farti fuori lì, seduta stante. Ma sono qui a porre rimedio: non importa quanto lunghe siano le nostre scarpe; pestare i piedi ai pagliacci è un errore che si commette una volta sola».
Il suono del proiettile in canna sembra fermare il tempo per un lungo, interminabile istante.
«Ultime parole?» chiede Lennox, mentre punta il revolver alla schiena di Bernie.
La testa è china, a fissare ancora il viso del figlio, ma le sue parole sono ferme, senza paura, mentre lo accarezza con amore: «Sai? La mia agente me lo diceva sempre alla vigilia di un'esibizione: Bernie, il tuo problema sono i tempi comici».
Il volto dell’ex-clown si solleva di scatto, truccato, di nuovo, con la vecchia maschera di scena.
Troppo, troppo lunghi.
Arthur Chester Lennox sta per premere il grilletto, ma il suo dito trema.
Trema insieme a tutto il braccio, e alle spalle, scosse da improvvisi singulti ilari.
«... e l’elefante gli risponde: quella non è la mia proboscide...»
Ha capito solo ora e sta ridendo.
Ride, e non riesce a fermarsi.

***

La mala del sorriso. Una risata li seppellirà.
di Ozymandias Smith

Jesterville, Georgia.
Le forze dell’ordine hanno rinvenuto questo pomeriggio, in un motel fuori città, il corpo senza vita di Reneeè Deveraux, noto ai media con lo pseudonimo de il Mimo, sedicente zar criminale della mafia circense.
Il ritrovamento è avvenuto in seguito a una chiamata al 911 da parte di un’addetta alle pulizie, che preferisce mantenere anonima la propria identità; dalla registrazione della telefonata è possibile ricavare alcuni degli inquietanti dettagli che circondano la vicenda: la donna, attirata nel bagno della camera da una fastidiosa raffica di claxon, ha scoperto il cadavere di Deveraux all’interno della vasca colma d’acqua, completamente nudo a esclusione del volto, ancora imbiancato di cerone e contratto in una grottesca smorfia di esagerato divertimento.
Nel referto autoptico, il medico legale ha dichiarato di aver riscontrato segni insoliti di attacco cardiaco associati ad asfissia, che identificherebbero il decesso come un raro caso di morte da risata. 

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sabato 4 giugno 2016

Glom


«Capitano?»

...

«Capitano?» La voce risuona in tutta la cabina; la filodiffusione e qualche scarica elettrostatica di fondo contribuiscono a renderla monotona e con un'intonazione meccanica, nonostante l'intenzione dell'interlocutore sia quella di risultare efficiente e cordiale.
«Capitano, vorrei fare rapporto».
Ma l'ufficiale non risponde; sta dormendo di un sonno aromatizzato al rum, mezza spalmata sul tavolo cartografico, con la guancia premuta contro il pugno e un filo di bava reptante che scende lungo il polso, fino a impregnare il polsino della blusa a righe, e la tempia appoggiata a uno dei grossi bulloni che fissano alla paratia il vetro rinforzato di un oblò due volte sporco: opaco per il lerciume all'interno, incrostato di salsedine all'esterno.

A mali estremi, estremi rimedi.

Con uno scatto metallico, i quattro fermi che tengono immobile il sostegno dello sgabello, su cui poggiano le natiche del comandante ubriaco, si sganciano lasciandolo scorrere rapidamente verso il basso, lungo un paio di rotaie verticali che vanno a morire in un'intercapedine all'interno del pavimento che separa la cabina dal livello inferiore della nave.
Il risultato dinamico per il corpo inerte, privato del suo precedente punto d'appoggio, consiste in una rovinosa caduta aggravata da una violenta collisione del mento contro la più densa superficie del tavolo in teak. Tutto sommato la reazione cosciente del capitano sbronzo, risvegliatasi di colpo, non è proporzionale alla botta ricevuta, ma si limita a una semplice scrollata generale e una spazzolata ai calzoni tagliati al ginocchio, accompagnate da un paio di grugniti di rintronata incomprensione, che testimoniano una non ancora totale consapevolezza a livello razionale della realtà empirica circostante.
«Capitano?»
«Sì Lamalock, cosa c'è?»
«Chiedo l'autorizzazione per fare rapporto».
«Concessa».
«I sistemi radar segnalano una flotta di ottocentosettanta navi da guerra in avvicinamento e uno stormo di duecentottanta macchine volanti in formazione di supporto, di cui ottanta bombardieri. Registro inoltre la presenza di cento mezzi da combattimento e uno squadrone Elite Suicida».
«Bene. Aspettiamo ancora qualcuno?»
«Secondo i dati registrati nei miei drive di memoria, lo schieramento delle forze in campo rappresenta l'intero apparato bellico dei cyborg di Sothinalia. Secondo il mio modello matematico e il ciclo di simulazioni bootstrap di verifica, c'è una probabilità del novantacinque per cento che alcuni distaccamenti di terra siano stati lasciati indietro con il compito di presidiare la capitale».
«Non importa; spazzeremo via le briciole più tardi».
«Resto in attesa di ordini».
Il capitano si volta per qualche instante a osservare la figura evanescente seduta sulla sua poltrona preferita: quello che sembra essere lo spettro della gamba destra è appoggiato con rilassata mollezza oltre il bracciolo di pelle, mentre le dita delle mani sono unite innanzi al viso, appoggiate su un paio di labbra esangui tirate su a formare un furfante sorriso di sfida.
«Soddisfatto?» Chiede il marinaio all'ombra traslucida.
«Deliziato oltremodo, direi». La voce è maschile, calma, radiosa di divertimento.
«Non trovi sia un buon momento per spiegarci il tuo piano?»
Una leggera contrazione nell'etere dimostra come, tuttavia, anche le sopracciglia delle apparizioni possano corrugarsi interrogative: «Tu hai un piano?»
Sentendo la domanda, il capitano scrolla la testa come una gallina colta di sorpresa: «Io? Certo che no! Sei stato tu che...»
«Neanch'io ho un piano» la interrompe lo strano interlocutore, sorridendo ancora di più «Non ne abbiamo bisogno. Abbiamo già vinto».
«Ma là fuori c'è un esercito! Un maledetto immenso esercito che sta marciando verso di noi per farci a pezzi!»
«Ma davvero?».
Subito il capitano non riesce a credere alle proprie orecchie, ma il ghigno dell'enigmatica figura si fa ancora più smargiasso: «Qui ci vuole un po' di musica?»
Lei scoppia a ridere. 
Euforia, ecco cosa le mancava.
«Lamalock».
«Sì capitano?» La voce automatica, fino a quel momento rimasta mutata, torna a risuonare negli ambienti del veliero.
«Raduna tutti sul ponte e fai partire la mia playlist da arrembaggio. Parti con La quadriglia del sorcio di sentina. A tutto volume».
«Agli ordini, signora».
Le note sincopate di un violino a tre corde vengono sparate dagli altoparlanti in tutti i locali della nave, dalla stiva al cassero; Shui Isabèl Arlington Folle, Capitano della Ciurma Scavengi, indossa la propria giacca da battaglia, composta da uno sgargiante patchwork ricavato dagli scampoli delle uniformi degli ufficiali lasciati a penzolare dai pennoni delle navi saccheggiate durante la sua lunga carriera bucaniera; inclina la testa, porgendo l'orecchio buono per ascoltare meglio la melodia pizzicata, e col piede comincia a tenere il tempo; dopo quattro battute inizia a saltare sul posto, cantando a squarciagola, ebbra di adrenalina e incosciente spirito d'avventura. Sta per fiondarsi fuori dalla cabina, ma si ferma per un istante, si volta e, con un sorriso complice sulle labbra chiede: «Ma tu sei una vera Presenza o solo una proiezione della mia follia?»
Stavolta tocca allo spettro ridere di gusto, colpito da quell'inaspettata intuizione: «Ottima domanda» si alza, le poggia una mano eterea sulla spallina decorata e, come se stesse per svelarle un segreto di vitale importanza nell'orecchio, sussurra: «Farebbe davvero qualche differenza?»
Tutto ciò che si ode dal boccaporto in chiusura alle loro spalle, è il ritornello della canzone, una marcetta ripetuta fino alla nausea e urlata stonata dalle due ugole dissonanti.
A la guerre! A la guerre!
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sabato 28 maggio 2016

Rapporto

Giorno 8: dall'ultimo scalo presso la stazione orbitale Assurbanipal, si è verificata una rapida escalation e le condizioni dell'equipaggio stanno degenerando in fretta. 
È assai probabile che il corpo del clandestino, ritrovato nei condotti di aerazione della stiva, abbia funto da vettore, introducendo di nascosto l'agente patogeno sulla nave. 
Siamo stati obbligati ad attivare la quarantena: i microrganismi intaccano la materia organica, trasformandola in una secrezione perlacea dalla consistenza densa; inerte dal punto di vista chimico.
Finora l'infestazione è circoscritta al carico e al deposito rifornimenti: siamo rimasti senza scorte, ma almeno nessun membro dell'equipaggio è stato infettato. 
Per ora.
Non abbiamo idea di quali esperimenti stessero svolgendo sull'Assurbanipal: la Exolife Corp non ha rilasciato alcuna dichiarazione e non risponde ai nostri messaggi.
A chiunque sia in ascolto, vi prego, aiutateci. 
Qui il tempo stringe.
Adam Faraux - Responsabile scientifico del cargo mercantile Esclaramonde de Foix.



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sabato 21 maggio 2016

B'lowjob



Londra, quartiere di Whitechapel.
In un vecchio baule di rovere, abbandonato nella polverosa soffitta del numero 8 di White Church Lane, potrebbe essere custodita la risposta a uno dei più grandi enigmi della storia e della cultura anglosassone.

November 1, 1888
From Hell

Dear chief
I send you the plated tip of a real silver tongue.
Ah ah! I'm sour-rounded by wenches and whores so, if you're mumbling a surprised - Oh gosh! Such a rarity! - don't you worry my pal, I can assure you that here, where I belong, it's pretty common.
I slit the harlot's throat while performing a "below job", as they say.
Oh, it was really something: she wetted the ol' poor bastard's willy like a red fountain of salty, bloody wine.
It's funny, if you think about it: if you rip the slang, as I always do with my my sharp blade when I gut the shitty bowels of all these filthy bitches, you would read it as "b'lowjob".
It sounds like they're blowing a bobby's whistle, or playing a catchy tune with a jester's pipe, instead of being chocked by a smelly piece of meat and cum.
I hope you will enjoy the etymological irony as I did last night.

Until my next gift, or our  first romantic rendez-vous with Her Majesty's police force, whatever comes first.


Cheers.
Jack The Ripper


TRADUZIONE:

1 Novembre, 1888
Dall'Inferno

Caro commissario
Le invio la punta placcata di una vera lingua d'argento. (NdT: in inglese l'espressione silver tongue significa "avere la parlantina")
Ah ah! Sono circondato da cortigiane e puttane e ciò m'inasprisce (NdT: il gioco di parole tra sour, aspro, e surrounded, circondato, è intraducibile), quindi, se sta borbottando un sorpreso - Oh perbacco! Una tale rarità! - non si preoccupi, mio caro, posso assicurarle che qui, dalle mie parti, è cosa abbastanza comune.
Ho squarciato la gola della bagascia mentre stava praticando un lavoretto alle parti basse, o "below job" come è solito chiamarlo chi è del mestiere.
Oh, è stato proprio uno spettacolo: ha bagnato l'attrezzo del povero bastardo come una fontana rossa di maledetto vino salato.
È buffo, se ci pensa: se taglia il termine gergale, come faccio di solito io con la mia lama affilata quando sventro i merdosi intestini di tutte queste luride puttane, potrebbe leggerlo come "b'lowjob" (NdT: blow significa soffiare).
Suona come se stessero soffiando nel fischietto di un agente, o suonando un accattivante motivetto con il piffero di un guitto, invece di soffocare, con in gola un bel pezzo di carne e sperma.
Spero possa apprezzare l'ironia etimologica tanto quanto ho fatto io la notte scorsa.

Fino al mio prossimo dono, o al nostro primo appuntamento romantico con le forze di polizia di Sua Maestà.


Salute
Jack Lo Squartatore
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sabato 14 maggio 2016

Ctonia



Era un essere umido. 
Di terriccio nero era il suo corpo, di pioggia le sue lacrime. Quando i raggi del sole colpivano senza pietà, seccando l’aria e asciugando sassi, lei si rifugiava nelle cavità del mondo che amava. 
Spelonche come case; tronchi morti uccisi dai fulmini come appartamenti; tane di talpe abbandonate come ricoveri di fortuna. Cugina del muschio, sorella dell’ombra, frequentatrice di sentieri boschivi invasi da pozzanghere e venati di rigagnoli. Rincorreva le salamandre e baciava i funghi d’autunno, vegetava nel deserto di silenzio creato dai temporali estivi. Non sopportava il vento secco e la statica quiete dei mezzodì estivi, quando tutto taceva e le lucertole rosolavano al sole su bassi muretti di selci assetate. 
Si lavava nella pioggia primaverile, quando il mondo si faceva colorato e vivido, ospitando piccole lumache e chiocciole nel sottobosco della sua pelle. Alle rane, che non smettevano mai di chiamarla, ella rispondeva con una risata rorida, simile al fruscio della biscia nel canneto. 
Era una dea dell’afrore corporeo, di stanza in paludi e pantani, che mai aveva osato fissare il sole per timore che, colpito da quella calda curiosità, si potesse asciugare il mistero che animava la rugiada nelle sue vene. 
Ella forse vive ancora là sotto, con lombrichi ciechi nei capelli, nel mondo ctonio della terra.
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