sabato 7 maggio 2016

VI - Gli Amanti




«Ehi, aspettate! Ci dev'essere un errore! Al cor gentil rempaira sempre Amo...»
Thud!
Che pugno.
Non il solito gancio laterale da film, che colpisce la guancia, gettando uno spruzzo di sangue ad arco sul muro.
No, questo è un diretto: braccio piegato a compasso, gomito in basso; si estende in avanti, caricato a molla, sparando le quattro nocche dritte sulla bocca.
Le labbra esplodono a contatto, i denti scricchiolano mentre si crepano e poi si spezzano; frammenti che vanno a conficcarsi con violenza sulla lingua e giù, lungo la trachea.
«Rispondi alla domanda».
«Non lo so! Vi giuro che non lo so! Io sono solo un Amorino; non sta a me prendere decisioni. Mi danno un nome e io eseguo. Tutto qui!»
Solleva il volto mascherato dal putto nudo legato alla sedia; il giallo delle pupille pitturate si rivolge alle spalle del prigioniero, accennando un assenso col capo.
Crack!
Il dorso di un volume da ottocento pagine, Poeti del Dolce Stil Novo, si abbatte da dietro, facendo scoppiare nella testa del Cupido quella sinestesia tipica dei traumi cranici: macchie bianche davanti agli occhi, il sapore del dolore in bocca e quello strano odore che si sente soltanto quando si sbatte forte contro l'anta aperta di un armadio.
«Allora chi?»
Amorino ha la gola ostruita: tossisce un paio di volte e, alla fine, si china in avanti, vomitando sul proprio ombelico e sulla fascia d'innocente adipe infantile che gli avviluppa l'addome.
«Non posso... Se parlo lei mi... No, non posso». Piagnucola, sputacchiando saliva mista a piccoli pezzi di pasto non digerito. Una bolla di muco incomincia a gonfiarsi dalla narice destra; il respiro si fa affannoso.
«Questo non piacerà affatto a Mr.B. Vero Mr.B?»
La seconda figura getta il libro a terra e, sollevando una gamba, appoggia uno spesso scarpone sulla schiena del putto, mentre con entrambe le mani afferra il bordo di una delle due alucce.
«Ehi! Cos'hai intenzione diaaaaaAAAARGH!»
Con un movimento congiunto, la gamba dell'assalitore spinge in avanti il torace, mentre le braccia tirano con forza indietro, all'altezza della scapola.
«Vedi» gli chiarifica l'altro con voce didascalica «per strapparti l'ala dobbiamo prima estirparla dalla sua sede articolare» e, con un sonoro schiocco, il dolore alla spalla porta la povera vittima alla soglia dell'incoscienza «Solo dopo possiamo iniziare a trinciare».
I denti del seghetto arrugginito arrivano a metà del percorso prima che il piccolo bastardo si decida a vuotare il sacco.
«Colei che muove ogni cosa... che ogni cosa spinge verso la bellezza... Eros... Dovete parlare con Eros...»

Un indirizzo.
Queste le ultime parole del putto prima di iniziare a cacciargli in gola ogni singola epistola inviata a una ragazza e tornata al mittente.
Scrivere è ciò che fanno meglio; e l'inchiostro scorre potente in loro quando si tratta d'imbrattare spesse risme di fogli con soavi complimenti e romantici sonetti. 
Ma la carta può essere un pasto difficile da mandar giù: si blocca a metà strada nel gargarozzo, specialmente se accartocciata. 
E loro, in fin dei conti, non sono così spietati: per fortuna, al mondo non esiste nulla che non si possa ingoiare se accompagnato con una bella sorsata di benzina.
La scintilla finale è un'idea di Mr.B: il patetico arciere dell'amore si accende come una luminaria natalizia in corto circuito.

Un indirizzo.
Una casa d'appuntamenti. Pare che miss Eros riceva solo su invito.
Toc toc.
«Avanti il prossimo».
Quando entrano, l'aria della stanza è pregna di feromoni: quell'afrore intimo di corpi vicini, parole sussurrate, risate sciocche e tenere carezze; quell'aumento di flusso sanguigno che scalda la pelle, il cuore e fa sudare l'inguine.
Batticuore. Innamoramento. Eccitazione.
Sono il guinzaglio chimico con cui la padrona sottomette i propri ospiti.
«Per fortuna ho mangiato pesante».
La fronte si corruga sotto la maschera, lo sforzo si evince dai lievi suoni provenienti dal fondo della gola; le forti contrazioni addominali generano una salva di gorgoglii intestinali e, infine, lo sfintere si rilassa, passando al contrattacco.
Prooooout!
L'aria s'appesta, cambiando quasi colore: una nota di carne frolla su un tappeto di cavolo marcio.
Si torna a ragionare con la testa e non con il pisello. Peccato solo non aver portato séco un cambio di biancheria.
«Cielo che schifo! Ma che olezzo disgustoso! Voi non siete chi stavo attendendo; come osate disturbarmi nel mio nido d'amore?» La voce è maliziosa e innocente; matura e infantile allo stesso tempo.
È Eros: ha l'aspetto della donna più bella che si possa immaginare ed è seduta su un trono di schiavi in perizoma; lucidi di sudore e prostrati a quattro zampe.
Sta coccolando sulle ginocchia un efebo: corpo magro, pene piccolo, sguardo vacuo in un volto reclinato all'indietro. 
Geme di un'estasi imbecille, mentre la signora succhia con passione la candida pelle del suo collo, lasciandogli come marchio un vistoso livido purpureo.
Nel frattempo, un lungo artiglio scarlatto della femmina incide in profondità vicino al capezzolo, lievemente a sinistra, sotto il glabro muscolo pettorale: le dita s'insinuano nella carne calda e morbida; se non fosse per tutto il sangue che sta zampillando, il movimento potrebbe sembrare quasi pornografico; ma il giovane non reagisce, imbambolato dal sentimento che gli sta saturando le sinapsi.
Poi, con uno scatto, la Regina dell'Amore ritrae la mano, strappando senza esitazione il cuore dell'innamorato disteso sulle sue gambe affusolate.
«Tesorini, la pappa è pronta!»
Emergono dal pavimento come demoni dell'infero: mastini scuoiati, con muscoli e legamenti esposti in bella vista, occhi ardenti e fauci nere di ossidiana.
Eros getta a terra il ghiotto boccone cardiaco e la muta impazzisce, nel famelico tentativo di addentarlo.
«Ecco la vera natura dell'Amore» afferma Mr.B, che fino a questo momento non ha mai aperto bocca «placare l'appetito di cagne insaziabili».
«Insomma chi siete? Cosa vi conduce al mio cospetto?»
«Forse sono queste a confonderti». E così dicendo, la rossa maschera di cartapesta viene sfilata.
«Ciao splendore». La distanza tra i due volti si riduce zero «Ti ricordi di me?»
Gli occhi di Eros si spalancano per l'orrore della sorpresa: «È impossibile!» Il nasino spruzzato di lentiggini è investito dal nauseante puzzo di odio emanato dai tratti corrotti del viso «Tu sei morto! Ti ho strappato il cuore con le mie stesse mani!»
«Perché non verifichi tu stessa?»
Saltano via i bottoni, mentre i lembi della camicia vengono allargati con disperata frenesia: «Che, che cos'è?» Domanda la dea, mentre avvicina le dita frementi, per sfiorare la sottile cicatrice che gli attraversa in diagonale il torace: non è ancora del tutto chiusa, ma i bordi sono netti e puliti, privi di alcun sintomo d'infezione.
«Questo? Non ricordi? È l'ultimo regalo che mi hai fatto. Sono tornato da te per farne buon uso».
Zac!
La cesura si spalanca senza il minimo preavviso, rivelando molteplici teorie di denti mostruosi, triangolari e affilati come rasoi, disposte su file parallele che sempre più in profondità s'addentrano nella cavità corporea. 
Al primo morso vengono strappate le falangette più estreme delle dita, ma non c'è da preoccuparsi: un'oscena lingua violacea, lunga e serpeggiante, fuoriesce dal buco orrendo al centro del petto, avvinghiandosi al braccio di Eros e avvicinandola a sé con brutali strattoni.
«A quanto pare non sei più l'unica ad avere strani appetiti».
La donna scoppia in lacrime, infine conscia di ciò che sta per accadere: «Ti prego no! Non puoi! Io sono Amore! Io sono il motore del mondo; il desio che innalza gli animi e move le stelle!»
Le suppliche cadono inascoltate sul pavimento come polveri sedimentate, mentre il corpo della divinità viene lentamente masticato, brano per brano: prima la spalla, poi un seno; la carne di un fianco, le cosce, i polpacci.
«Chi sei? Chi sei tu per ergerti a giudice e condannare il mondo a un futuro senza Amore?» Anche l'ultimo disperato appello carico d'odio - l'ironia - resta inascoltato; ormai di Eros rimane soltanto la testa attaccata al collo; un viso contratto dalla sofferenza che, di nuovo, dista solo pochi centimetri da quello del suo sterminatore.
Le risponde sorridendo: «Sai? Avevo un nome prima di conoscerti. Ma adesso; adesso puoi chiamarmi Mr.M».

«Qui abbiamo finito».
La stanza è vuota, ripulita; il miasma di poco prima è stato sostituito dal pungente odore di cherosene versato in giro per le stanze.
«Vuoi aggiungere qualcosa, Mr.B?»
Il taciturno accompagnatore tira fuori dal suo zaino un altro volume, questa volta più sottile; il titolo dice In Memoriam A.H.H. 
«Lord Alfred Tennyson scriveva:


'Tis better to have loved and lost
Than never to have loved at all.

È meglio aver amato e perso, che non aver amato mai».
Sulla soglia della porta, Mr.M si rimette a posto la maschera prima di estrarre gli zolfanelli dalla propria tasca. Ne accende uno, strofinando con lentezza la capocchia rosata contro la superficie ruvida sul lato corto della scatola.
Osserva ammirato la fiamma per qualche istante, prima di gettarselo alle spalle uscendo.
«'Fanculo Tennyson».

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