sabato 4 giugno 2016

Glom


«Capitano?»

...

«Capitano?» La voce risuona in tutta la cabina; la filodiffusione e qualche scarica elettrostatica di fondo contribuiscono a renderla monotona e con un'intonazione meccanica, nonostante l'intenzione dell'interlocutore sia quella di risultare efficiente e cordiale.
«Capitano, vorrei fare rapporto».
Ma l'ufficiale non risponde; sta dormendo di un sonno aromatizzato al rum, mezza spalmata sul tavolo cartografico, con la guancia premuta contro il pugno e un filo di bava reptante che scende lungo il polso, fino a impregnare il polsino della blusa a righe, e la tempia appoggiata a uno dei grossi bulloni che fissano alla paratia il vetro rinforzato di un oblò due volte sporco: opaco per il lerciume all'interno, incrostato di salsedine all'esterno.

A mali estremi, estremi rimedi.

Con uno scatto metallico, i quattro fermi che tengono immobile il sostegno dello sgabello, su cui poggiano le natiche del comandante ubriaco, si sganciano lasciandolo scorrere rapidamente verso il basso, lungo un paio di rotaie verticali che vanno a morire in un'intercapedine all'interno del pavimento che separa la cabina dal livello inferiore della nave.
Il risultato dinamico per il corpo inerte, privato del suo precedente punto d'appoggio, consiste in una rovinosa caduta aggravata da una violenta collisione del mento contro la più densa superficie del tavolo in teak. Tutto sommato la reazione cosciente del capitano sbronzo, risvegliatasi di colpo, non è proporzionale alla botta ricevuta, ma si limita a una semplice scrollata generale e una spazzolata ai calzoni tagliati al ginocchio, accompagnate da un paio di grugniti di rintronata incomprensione, che testimoniano una non ancora totale consapevolezza a livello razionale della realtà empirica circostante.
«Capitano?»
«Sì Lamalock, cosa c'è?»
«Chiedo l'autorizzazione per fare rapporto».
«Concessa».
«I sistemi radar segnalano una flotta di ottocentosettanta navi da guerra in avvicinamento e uno stormo di duecentottanta macchine volanti in formazione di supporto, di cui ottanta bombardieri. Registro inoltre la presenza di cento mezzi da combattimento e uno squadrone Elite Suicida».
«Bene. Aspettiamo ancora qualcuno?»
«Secondo i dati registrati nei miei drive di memoria, lo schieramento delle forze in campo rappresenta l'intero apparato bellico dei cyborg di Sothinalia. Secondo il mio modello matematico e il ciclo di simulazioni bootstrap di verifica, c'è una probabilità del novantacinque per cento che alcuni distaccamenti di terra siano stati lasciati indietro con il compito di presidiare la capitale».
«Non importa; spazzeremo via le briciole più tardi».
«Resto in attesa di ordini».
Il capitano si volta per qualche instante a osservare la figura evanescente seduta sulla sua poltrona preferita: quello che sembra essere lo spettro della gamba destra è appoggiato con rilassata mollezza oltre il bracciolo di pelle, mentre le dita delle mani sono unite innanzi al viso, appoggiate su un paio di labbra esangui tirate su a formare un furfante sorriso di sfida.
«Soddisfatto?» Chiede il marinaio all'ombra traslucida.
«Deliziato oltremodo, direi». La voce è maschile, calma, radiosa di divertimento.
«Non trovi sia un buon momento per spiegarci il tuo piano?»
Una leggera contrazione nell'etere dimostra come, tuttavia, anche le sopracciglia delle apparizioni possano corrugarsi interrogative: «Tu hai un piano?»
Sentendo la domanda, il capitano scrolla la testa come una gallina colta di sorpresa: «Io? Certo che no! Sei stato tu che...»
«Neanch'io ho un piano» la interrompe lo strano interlocutore, sorridendo ancora di più «Non ne abbiamo bisogno. Abbiamo già vinto».
«Ma là fuori c'è un esercito! Un maledetto immenso esercito che sta marciando verso di noi per farci a pezzi!»
«Ma davvero?».
Subito il capitano non riesce a credere alle proprie orecchie, ma il ghigno dell'enigmatica figura si fa ancora più smargiasso: «Qui ci vuole un po' di musica?»
Lei scoppia a ridere. 
Euforia, ecco cosa le mancava.
«Lamalock».
«Sì capitano?» La voce automatica, fino a quel momento rimasta mutata, torna a risuonare negli ambienti del veliero.
«Raduna tutti sul ponte e fai partire la mia playlist da arrembaggio. Parti con La quadriglia del sorcio di sentina. A tutto volume».
«Agli ordini, signora».
Le note sincopate di un violino a tre corde vengono sparate dagli altoparlanti in tutti i locali della nave, dalla stiva al cassero; Shui Isabèl Arlington Folle, Capitano della Ciurma Scavengi, indossa la propria giacca da battaglia, composta da uno sgargiante patchwork ricavato dagli scampoli delle uniformi degli ufficiali lasciati a penzolare dai pennoni delle navi saccheggiate durante la sua lunga carriera bucaniera; inclina la testa, porgendo l'orecchio buono per ascoltare meglio la melodia pizzicata, e col piede comincia a tenere il tempo; dopo quattro battute inizia a saltare sul posto, cantando a squarciagola, ebbra di adrenalina e incosciente spirito d'avventura. Sta per fiondarsi fuori dalla cabina, ma si ferma per un istante, si volta e, con un sorriso complice sulle labbra chiede: «Ma tu sei una vera Presenza o solo una proiezione della mia follia?»
Stavolta tocca allo spettro ridere di gusto, colpito da quell'inaspettata intuizione: «Ottima domanda» si alza, le poggia una mano eterea sulla spallina decorata e, come se stesse per svelarle un segreto di vitale importanza nell'orecchio, sussurra: «Farebbe davvero qualche differenza?»
Tutto ciò che si ode dal boccaporto in chiusura alle loro spalle, è il ritornello della canzone, una marcetta ripetuta fino alla nausea e urlata stonata dalle due ugole dissonanti.
A la guerre! A la guerre!

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