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Mozzo

Blackout.
Nel bagno, basta il ronzio della lampada al neon, lungo la cornice del mobiletto sopra al lavandino, a farmi capire che, in piena notte, è tornata la corrente.
«Ehi, sfigatello. Su la testa!»
Sollevo le palpebre e, nella penombra, c’è solo lo specchio a guardarmi di rimando: occhi sbarrati, denti stretti in un ghigno tetanico; una crepa nel vetro mi attraversa il volto, dal sopracciglio destro, fino alla guancia opposta, tagliandomi il naso, spaccandomi in due le labbra sorridenti.
«Chi? Cosa sei tu?» chiedo.
«Sono il parto del tuo più grande fallimento, mammina. Battezzato nell’errore del tuo mentore imbecille. Io sono lo spauracchio che si nasconde dietro ogni porta che ti viene sbattuta in faccia. Credevi davvero di potermi definire chiedendo aiuto ai tuoi amichetti? E dimmi, che cosa hai ottenuto? Una lista di aggettivi. In tre parole? L’ennesima. Bruciante. Delusione. Perché è così che va, amico mio; è così che noi due funzioniamo: tu ti impegni, ti esponi, ti fai coinvolgere; e alla fine arriva.
“No, guarda, si tratta di uno sbaglio.”
“Mi spiace, ma devi aver frainteso.”
Errori. Errori. E ancora errori.
Tu sorridi, fai spallucce e dici “non importa”, ma dentro, un altro pezzo va in frantumi; e dove di te non rimangono che macerie, sfigatello, io cresco, mi alimento e prospero. Chi sono, mi chiedi? Io sono l’arma che hai costruito con il rifiuto altrui. Niente male, davvero niente male. Ma adesso lasciami fare il mio lavoro».
«Non-non capisco».
«Indossa la maschera».
«Dimmi chi sei!»
«Puoi chiamarmi Mozzo».

Benny



Basta!
Acqua in gola, acqua nei polmoni, acqua nelle narici. Il mondo è sempre più lontano e so che l’universo liquido in cui sono immerso potrebbe diventare la mia tomba.
Poi di nuovo la luce. E l’ossigeno. Boccheggio e l’aria mi brucia il petto.
«Devo continuare?» chiede la voce.
Scuoto di un millimetro la testa.
«Allora dimmi chi sei» mi chiede. Più vicina. Più minacciosa.
Allora inspiro a fondo e poi sorrido, tentando di mostrare fino all’ultimo molare. Poi, dai polmoni di nuovo saturi, emerge una risata. Comincia sommessa, per poi salire di tono e assumere sfumature dementi.
E l’acqua davanti a me si tramuta in spuma di champagne. Mi tiro in piedi e dai capelli l’acqua gocciola sullo smoking di marca che indosso. La ragazza nuda nella vasca da bagno piena di bollicine mi invita a farle compagnia. Ma non ho tempo. Mi volto. Estraggo la Montblanc dal taschino e firmo ogni libro che mi viene porto con uno svolazzo nero.
«Grazie a voi» dico con tono pieno di finta gratitudine. «Uno alla volta, per favore!»
«Ma non ti vergogni?» chiede la voce alle mie spalle.
Cado in ginocchio e il buio si fa strada nella mia testa. Serro gli occhi e mille fogli bianchi volano intorno a me, tagliandomi la pelle del volto, delle braccia e delle dita. «Mi impegnerò» dico supplicando. «Tornerò alla scrivania. Va bene. Ma ora lasciatemi stare, vi prego. Lasciatemi solo». Dalle palpebre chiuse sfuggono lacrime calde.
Quando riapro gli occhi nel piccolo bagno la vasca è piena d’acqua sporca e ogni mattonella del muro di fronte contiene uno scarabocchio senza senso. Una bottiglia di vino mezza vuota giace sotto al bidet.
«Chi sei?» chiede ancora la voce.
«Sono tutti loro» dico indicando il vuoto. «La mia parola ha molte voci».
Ingoio il grumo di muco che mi serra la gola e trovo la forza di sorridere ancora.
«Ma se vuoi, tu puoi chiamarmi Benny».

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